Umanizzare i robot o disumanizzare gli infermieri?
Nessuno dei due.

Non nel programma condotto dal Politecnico di Milano in collaborazione con l’ospedale Niguarda, che ha messo in cattedra il team di ricercatori guidati da Elena De Momi e dietro ai banchi…i robot. All’interno del laboratorio NearLab di neuroingegneria e robotica medica, a Milano, vengono addestrati i primi robot infermieri, che tra pochi anni potrebbero affiancare i chirurghi in sala operatoria. C’è chi è già sul piede di guerra per dire no all’ennesimo esempio di disumanizzazione del lavoro, chi lamenta la perdita di posti (e stipendi) e chi rimane scettico sull’affidabilità delle macchine.

Ma – ha precisato Elena De Momi – i robot non sostituiranno l’uomo, lo affiancheranno nei compiti più ripetitivi, alleggerendone il carico di lavoro e lasciandolo libero di concentrarsi su compiti che richiedono più creatività”. Un po’ come è avvenuto all’interno delle fabbriche. O nelle tipografie. Dunque sorge spontanea una domanda: che cosa significa creatività in ambito medico? E’ forse un sinonimo di umanità? Quali mansioni dovrebbero essere sottratte all’uomo e affidate a un robot e quali nuove abilità potrebbero sviluppare gli operatori liberi dal fardello dei compiti ripetitivi?

La questione si può anche ribaltare. Siamo così sicuri della mente umana? Non sarebbe forse meglio una macchina che non si ammala mai, non è stanca e non pensa ai problemi in famiglia durante le operazioni? Le risposte, se ne avete, le lasciamo a voi, che del camice bianco avete fatto una muta, più che una divisa. Pronti a immergervi ogni giorno nel dolore degli altri, giù nei fondali di malattie del corpo e della mente, nella speranza – e nella convinzione – di riportare a galla qualcuno.

Chiara Daffini
Editor InEquipe

fonte: Giornale di Brescia

 

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