Non è scontato. Né tanto meno facile.

E poi diciamocelo: condividere fa paura. Forse perché del verbo sentiamo solo l’ultima parte, “dividere” appunto. E il “con” passa in sordina. Quindi diventa “avere meno per sé”.
E’ il “con” a cambiare la prospettiva. E far vedere l’oggetto come messo in comune e non spezzettato e spartito.

Senza dubbio ciò che ancora si teme di più è la condivisione del sapere. Ed è curioso, perché si tratta di una forma di condivisione che non riduce né limita l’utilizzo dell’oggetto messo in comune (la conoscenza, appunto) da parte del singolo, ma lo accresce. Spiegando a qualcun altro come fare qualcosa o raccontando ciò che si sa su un determinato argomento non si ha una diminuzione del sapere nel soggetto attivo, ma un accrescimento dello stesso nei destinatari. I quali, a loro volta, potrebbero avere segreti da svelare e buone pratiche da trasmettere.

Senza ingenuità, è evidente che il problema che affligge chi non vuole condividere il sapere non è la paura di perdere il sapere stesso, ma il timore di essere superato dagli altri.
Una logica che può tutelare nel breve periodo, ma che inaridisce il terreno della crescita, personale e collettiva.

Quanto il mondo della sanità è disposto a fare della condivisione del sapere il suo principio portante?
I medici preferiscono crescere insieme o restare fermi da soli?

La risposta ce la darà il futuro: l’aumento o la diminuzione della qualità della cura.

E voi, siete pronti a fare il grande passo?

Chiara Daffini
Editor InEquipe

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