A pochi giorni dal debutto del Gdpr, ecco le prime maxi-sanzioni all’orizzonte. “None of your
business”, un’associazione no profit fondata dall’avvocato austriaco Max Schrems, ha
presentato quattro reclami distinti: contro Android e contro Facebook e le sue due sussidiarie
Whatsapp e Instagram. Lo riporta il Sole24Ore nel numero del 25 maggio: “L’accusa, per tutte
e quattro le società, è di essere ricorse a una forma di «consenso forzato», tempestando
smartphone e computer dei propri utenti con pop up che pongono – o meglio, impongono – il
via libera all’uso dei propri dati”.
Secondo Schrems, il consenso dovrebbe essere fornito in un clima di assoluta libertà, senza
pressing esterni. L’esatto contrario di email e banner che hanno tappezzato gli schermi degli
utenti con “fare minaccioso”: se non si accettano le condizioni, il servizio viene meno.
“Il Gdpr vieta di far dipendere l’accesso a un servizio dal consenso che viene o non viene dato
dall’utente”. E’ questa la base dell’accusa alle quattro aziende: non si può minacciare di negare
un servizio se l’utente non si adegua, secondo una logica prendere-lasciare già adottata in
altre occasioni. Secondo l’associazione, la fine del «consenso forzato» non danneggerebbe in
nessuna maniera le aziende, visto che il trattamento di dati è sempre possibile quando si
dimostra la necessità delle informazioni. Viceversa, la qualità di navigazione aumenterebbe
con la fine dell’assedio di pop-up, oltre a riequilibrare un po’ i giochi con le aziende più
piccole. Una Pmi non può permettersi gli stessi toni, né gli stessi investimenti per incalzare gli
utenti sulla propria disponibilità ad accettare le condizioni di un servizio.
Sia Facebook che Google hanno già risposto alle accuse, spiegando di aver lavorato per mesi
per garantire il massimo dell’osservanza del regolamento.
Non è l’unico caso che si è scatenato nella giornata di esordio del regolamento. Gli utenti
ordinari si sono accorti della novità con lo stesso tipo di pressing contestato a Google e
Facebook: mail e alert a getto continuo per assicurarsi la disponibilità a mantenere il contatto
con l’azienda, anche se non erano mai intercorsi rapporti di nessun genere prima di allora. E
c’è chi ha dovuto sospendere la propria attività, almeno per il momento. In mattinata i lettori
europei di alcune testate Usa, come il Los Angeles Times e altre testate del gruppo editoriale
Tronc, si sono imbattuti in una schermata dove si spiega che il quotidiano «è al momento
inaccessibile in alcuni paesi europei». Non sono chiari i motivi, ma potrebbe trattarsi di un
periodo di stand-by per adattarsi alle norme fissate dal Gdpr, estensibili anche alle aziende
extra-europee quando entrano in ballo i diritti dei cittadini Ue.

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