Dove si colloca il confine tra il medico e l’uomo?
Fino a che punto un camice bianco può fare da corazza contro il dolore (degli altri)?
I dottori, dicono in molti, devono chiudersi la porta dell’ospedale alle spalle e lasciare dietro di essa il male che curano ogni giorno.
Ma quel male non può essere un po’ anche il loro?
E’ così netta la linea che separa l’empatia – fondamentale nelle professioni sanitarie – dal coinvolgimento emotivo –, ostacolo e gogna dei camici bianchi?

Domande che non hanno ancora trovato e forse mai troveranno una risposta, lasciando la categoria a galleggiare nel limbo tra il pathos delle serie tv ambientate in ospedale e la freddezza dei testi sulla teoria e deontologia medica.

La verità – racconta una specializzanda in oncologia – è che con questo lavoro devi prendere familiarità con la sofferenza. E con la morte. Allora le esorcizzi. Riesci a raggiungere gli amici per una birra o a correggere i compiti a tuo figlio dopo aver annunciato a una mamma che il suo bambino non ce l’ha fatta. Lo fai e vai avanti”. Ma essere disponibili non significa necessariamente essere coinvolti: “Bisogna porre dei limiti – precisa un medico di base -: se dessi a tutti i miei pazienti la possibilità di chiamarmi sul telefono personale sarebbe la fine. Della mia vita privata, intendo. Ma spesso mi capita, anche fuori dallo studio, di pensare alle persone che ho visitato”.
Una questione che unisce e divide: “Quasi sempre i medici stanno peggio dei loro pazienti – dice ridendo un chirurgo -. Ci si butta sul dolore degli altri per non sentire il proprio, ma non sempre funziona. Prima di aiutare qualcuno, devi saper aiutare te stesso”.

E con queste testimonianze la palla passa a voi, dottoresse e dottori. Qual è la vostra opinione a riguardo?

 

Chiara Daffini
Editor InEquipe

 

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