Beata ignoranza. Solo un modo di dire? Forse no.

Almeno per quanto riguarda il rapporto tra medico e paziente. “I malati non possono sapere che noi medici non saremo mai in grado di sapere abbastanza. Non possono, non devono, avere la cognizione che noi millantiamo certezza. O meglio, che per i loro bisogni, le loro necessità, non ci può essere preparazione sufficiente. Ridare la vita, la speranza, la cura, è qualcosa di più che essere bravi meccanici del corpo”.

Lo dice Marco Venturino, primario di anestesia e rianimazione all’Istituto Europeo di Oncologia, in un’intervista sul Corriere della Sera. Un elogio alla politica dello struzzo. Per molti una provocazione, per altri quasi un insulto, ma sulla base di una lucidissima analisi: la medicina è scienza, non meccanica, perché il corpo, a differenza delle macchine, è unico e imprevedibile.

Mentire? Omettere? La freccia scagliata da Venturino a favore dello struzzo capovolge la questione. Dare speranza, piuttosto, spinti dal credo ormai appurato che la forza d’animo del paziente gioca un ruolo fondamentale nella buona riuscita della terapia, anche di quella prettamente farmacologica. Non basta curarsi, bisogna credere di poter guarire. E tutti noi, ma ancor più quelli tra noi che stanno male, abbiamo bisogno di un deus ex machina in grado di tenere testa al dolore e alla morte.

Chiara Daffini
Editor InEquipe

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