Nella Grecia antica le questioni si dibattevano in piazza, l’allora chiamata agorà. Era il luogo del confronto e del dibattimento, ma anche della presa di responsabilità.

Come ricordava Umberto Veronesi in Sillabario laico (2016): “la discussione popolare aiuta a capire l’umana sofferenza“. Quali sono le nostre agorà contemporanee? Facebook, Twitter e Instagram, verrebbe da dire. E in effetti così è, ma con una differenza sostanziale: in piazza gli interlocutori si guardavano in faccia, dovevano rispondere allo sguardo degli altri. Oggi lo schermo annulla il potere responsabilizzante degli occhi. Di più. Non sappiamo mai, con assoluta esattezza, a quanti e quali individui ci stiamo rivolgendo.

Per questo i social network hanno conquistato il consenso della politica e del marketing, ma non ancora quello di categorie che esigono maggiore protezione. Perché qui entrano in gioco due valori: la fiducia e il diritto alla privacy, cioè l’inviolabilità della persona. Eppure una piazza ci deve essere, perché continui lo sviluppo sociale. Il confronto, la comunicazione e la condivisione del sapere rivestono un ruolo di primaria importanza per l’umanità.

Come coniugare dunque il diritto alla privacy con il bisogno di dialogo?
Una domanda lasciata in sospeso, posta al lettore, ma soprattutto a chi sta lavorando alla ricerca di nuovi mezzi espressivi.

Chiara Daffini
Editor InEquipe

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