Ognuno è diverso, ma le regole sono uguali per tutti.

I singoli casi fanno statistica e creano gli standard. E’ l’annosa questione delle linee guida: un salvagente che a volte si buca. Ormai sono invocate per risolvere i problemi più svariati: buone pratiche, consumi clinici, contenzioso legale… Ma il loro uso esteso e indifferenziato non è né semplice e né scontato e soprattutto non privo di rischi per i malati e per la qualità delle cure.

Nel nostro Paese l’aderenza alle linee guida in ambito medico è divenuta un parametro esplicito di valutazione giuridica dell’operato dei sanitari già con la legge Balduzzi e, più recentemente, con il ddl Gelli. Ma la criticità è dietro l’angolo: se talune specializzazioni della medicina possono ben giovarsene, altre, quelle più strettamente cliniche, che si confrontano con il paradigma non solo della gestione ma pure della ricerca della diagnosi, le considerano raccomandazioni più o meno indicative, da adattare in modo flessibile caso per caso.

Insidie per il medico, che potrebbe essere portato a utilizzare in modo pedissequo le linee guida, al fine di giustificare la sua condotta per timore di conseguenze legali, e per il malato, che, per ragioni di adeguatezza economica, potrebbe vedersi negare determinati trattamenti. Una questione controversa: questo salvagente è obbligatorio ma non deve essere considerato un salvavita.

C’è bisogno di una visione integrata, che affianchi la regola all’eccezione, il generale al particolare. Le linee guida non sono l’antitesi dei case report, si tratta di due strumenti complementari ed entrambi indispensabili, per questo si rende necessaria la creazione di piattaforme in cui essi possano convivere, dove cioè allo standard dettato dall’esperienza molteplice venga affiancata l’esperienza non standardizzata del singolo.

Chiara Daffini
Editor InEquipe

 

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