Prendere appuntamento dal medico. Recarsi in ambulatorio e aspettare pazientemente il

proprio turno tra tossi, starnuti e dibattiti sulle forme peggiori di artrite. Meglio cercare su

Google e sistemare la questione con un po’ di shopping farmaceutico. Ma se il dottore è a

portata di click, anzi di touch, la questione cambia prospettiva. Lo hanno capito bene gli

inventori delle oltre 100mila app sulla salute. Come riportava nel 2014 il Libro verde della

Commissione europea:

La mHealth (cioè la mobile health, salute mobile o portatile) è un’enorme opportunità per chi

gestisce la sanità pubblica. Se la metà delle persone munite di smartphone usa queste app in

modo appropriato, e se la metà degli abitanti della Terra avrà presto (entro il 2017, si calcola)

uno smartphone, il vantaggio sarà importante: si potrebbero risparmiare 99 miliardi di euro

all’anno di spese del sistema sanitario.

“Bisognerebbe intanto mettersi d’accordo su che cosa intendiamo per app per la salute –

precisa Lorenzo Leogrande, presidente dell’Associazione italiana ingegneri clinici, in

un’intervista su Repubblica, affermando che l’associazione da lui presieduta “ha recentemente

valutato in 165mila il numero di queste app, in accordo con l’americana Ims Health, e in 6,9

miliardi di dollari annui il business atteso per il 2018. Del resto tutte le principali società

informatiche (da Apple a Microsoft a Google) si stanno lanciando con entusiasmo nel settore.

Mentre Altreconomia, che dedica alla “salute digitale” l’inchiesta del numero di giugno 2016,

stima per il mercato una crescita attuale del 30% all’anno”.

Google sta quindi ai primi anni 2000 come la mHealth sta al secondo decennio del nuovo

millennio. Ma cos’è la tecnologia in ambito sanitario: pericolo o risorsa? Dipende. Innanzitutto

dall’attendibilità delle fonti. A volte queste app recano il nome di un’associazione scientifica,

ma bisogna stare comunque attenti: di società scientifiche ce ne sono a centinaia, alcune nate

appositamente per validare il prodotto-applicazione. Ne deriva che il bollino può diventare un

modo per vendere di più e non certo un indizio di reale appropriatezza clinica. Non c’è

scappatoia: si va sul sicuro solo chiedendo consiglio a un medico di fiducia. E qui sta la novità:

sarà sempre più facile farlo attraverso lo smartphone.

Ma facciamo un passo indietro. Come può la tecnologia mettersi al servizio della medicina? Le

esperienze finora osservate insegnano che il primo ad avvalersene deve essere il medico, non

il paziente. E’ innanzitutto la collaborazione tra professionisti, la condivisione del sapere, la

rete, che rende efficiente un servizio sanitario e risponde con tempestività alle esigenze dei

malati. Si chiama qualità della cura. E può aumentare solo attraverso un network strutturato

di collaborazione sanitaria locale, nazionale e globale.

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