Sono lontani i tempi in cui il medico di famiglia era “el dutùr”, autorità stimata e quasi
venerata in città e paesi. Allora tutti , potendo, avrebbero voluto fare il medico della mutua,
basti pensare al film di Luigi Zampa – “Il medico della mutua”, appunto – in cui il dottor Guido
Tersilli/Alberto Sordi, ingaggiava una lotta senza quartiere con i colleghi per procacciarsi
nuovi pazienti. Ora accade il contrario: sempre più spesso sono i pazienti che girano per le Asl
a caccia di un medico di famiglia disponibile. E in futuro andrà ancora peggio. Secondo i dati
dell’Inps, 14 milioni di italiani nei prossimi cinque anni resteranno senza un medico di
famiglia. Da un lato andranno infatti in pensione 15mila camici bianchi, dall’altro ne avremo
solo 5mila pronti a sostituirli.
«E sono stime ottimistiche», aggiunge il dottor Silvestro Scotti, segretario della Fimmg
(Federazione italiana medici di medicina generale), «perché basate sulla previsione che tutti i
colleghi andranno in pensione a 70 anni. Ma molti, avendone i requisiti, potrebbero scegliere
di andare anche a 68 anni, accelerando così l’emergenza». Un risultato che, secondo Scotti, è
imputabile un’errata programmazione da parte delle regioni: «Per convenzione si è stabilito
che ci dovrebbe essere un medico di famiglia ogni mille abitanti. Ciascuna regione in base alle
previsioni dei flussi di popolazione determina il fabbisogno di nuovi camici bianchi e lo
comunica al Ministero che, stando ai dati ricevuti, stabilisce le borse di studio per il corso di
medicina generale. Ma quasi tutte le regioni non hanno mai modificato il loro fabbisogno.
E’ la Lombardia è la regione che più risentirà dell’emorragia di camici bianchi, seguita dal
Lazio, dalla Campania e dalla Sicilia. Ma c’è un’altra chiave di lettura, quella che chiama in
causa la cosiddetta “lobby dei medici”, la quale, come tutte le caste, sarebbe restìa a rinnovarsi
e per questo si opporrebbe ad abolire il numero chiuso nelle facoltà di Medicina.
Il dottor Scotti replica così: «Non c’è una carenza di medici in termini complessivi. Ogni anno
abbiamo 8-9.000 laureati in medicina. A fronte di questi numeri, lo Stato eroga 6.000 borse
per i corsi di formazione per specialisti e circa 1.000 per la medicina generale. Restano quindi
fuori 2.000 colleghi che non hanno la possibilità né di lavorare in ospedale né di diventare
medici di famiglia, ma solo fare delle sostituzioni. Come Fimmg siamo disponibile a usare una
parte del nostro fondo previdenziale per finanziare le borse di studio: il ricambio serve anche
a noi, altrimenti in futuro chi ci pagherà le pensioni? Per ora, assistiamo a un paradosso: i
medici ci sarebbero ma, mancando le coperture economiche, lasciamo giovani colleghi a
spasso e importiamo professionisti da altri Paesi dell’Ue che hanno frequentato corsi di
formazione riconosciuti da noi».
I piccoli centri sono molto più colpiti rispetto alle città da questa emorragia di camici bianchi.
«Un giovane medico a cui vengono proposte più destinazioni, tende a scegliere una zona con
una maggiore densità di popolazione: così ha più probabilità di avere pazienti e di guadagnare
di più», spiega il dottor Scotti. «In un territorio più disperso, inoltre, spesso si è costretti ad
aprire più ambulatori in Comuni diversi e ad assumere più collaboratori, aumentando le
spese».
«Deve esserci un dottore ogni mille cittadini, con la possibilità di derogare in casi eccezionali
fino a 1.500, ma in Lombardia la media è di un medico ogni 1.400 abitanti», aggiunge il dottor
Scotti. Da qui le code infinite in molti ambulatori che spingono in tanti a recarsi al pronto
soccorso anche per malanni di poco conto. «In questo modo salta il diritto di scelta del
cittadino. Se sul tuo territorio c’è un solo medico e non ti piace, non puoi cambiarlo». Sempre
ammesso di riuscire a trovarne uno.

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