Ai medici – e in generale agli operatori sanitari – la scelta. Se usare o meno i social network per questioni legate alla loro professione. E soprattutto: quali social network usare. Le strutture sanitarie hanno delegato al singolo professionista, ai loro dipendenti quindi, la facoltà di decidere tali questioni. La responsabilità è dunque del medico, ma siamo sicuri che le conseguenze riguardino solo lui (o lei)?
Pensiamo, per esempio, ai rischi e alle conseguenze giuridiche dei selfie in corsia pubblicati su Facebook, Instagram o Twitter. Si profila, in primo luogo, una possibile violazione del diritto all’immagine di pazienti o colleghi immortalati nello “scatto in camice”, nonché del loro diritto alla privacy. La legge sul diritto d’autore tutela il diritto all’immagine dell’individuo, stabilendo che il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di quest’ultima. Analogamente, l’articolo 10 del Codice civile consente all’interessato, la cui immagine sia stata illecitamente esposta o pubblicata, di ricorrere al giudice ordinario per ottenere la rimozione della stessa e il risarcimento del danno, specie se tale pubblicazione lede la dignità del soggetto ritratto.
Questa forma di tutela è rafforzata dal Codice della privacy, che detta specifiche e severe sanzioni laddove si violi l’altrui diritto alla riservatezza effettuando un trattamento illecito di dati personali – quale è suscettibile di essere la divulgazione dell’immagine altrui sui social network in violazione delle disposizioni previste dal medesimo Codice -, laddove dal fatto derivi nocumento o laddove il fatto consista nell’illecita comunicazione o diffusione di dati personali.
Per verificare se le condotte oggetto di esame costituiscono violazione della privacy occorre considerare che il fine esclusivamente personale del trattamento di dati personali effettuato da persone fisiche, in assenza di comunicazione sistematica e/o diffusione dei dati stessi, non impone il rispetto di ulteriori prescrizioni, se non quelle dettate dal Codice della privacy in materia di sicurezza e responsabilità dei dati. E’ noto, tuttavia, che il prossimo mese il Codice della privacy verrà sostituito da una normativa più stringente in tema di protezione dei dati personali, per adeguare la legge italiana al Regolamento europeo in materia.
Nel frattempo, la Corte di Cassazione ha comunque chiarito che costituiscono illecito trattamento di dati personali effettuato da persone fisiche sia l’utilizzo di dati che esuli dalla sfera personale dell’agente e che, in quanto tale, non possa essere qualificata come sorretta da “fini esclusivamente personali”, sia la condotta che, pur realizzata per fini esclusivamente personali, consista nella diffusione dei dati a una platea di soggetti indeterminati, ancorché in forma non sistematica. E tale è la condotta dell’esercente le professioni sanitarie che pubblichi sulla propria pagina social gli scatti “rubati” in corsia.
La potenzialità lesiva dei selfie in ospedale risulta aggravata nell’ipotesi di condivisione e diffusione sui social network di tali immagini, spesso idonee peraltro a divulgare dati sensibili, quali sono le informazioni sanitarie.
Con riguardo alla pericolosità della diffusione di informazioni personali sui social network, si è espresso il Garante per la protezione dei dati personali (seppur in una vicenda che non riguardava l’attività medico-sanitaria), affermando che l'”estrema pervasività” della divulgazione di dati personali tramite i social network è idonea ad aggravare estremamente le potenziali violazioni dei diritti della persona che siano perpetrate con tali mezzi. In particolare l’Autorità ha affermato che la pubblicazione di un post su Facebook non è mai “per soli amici”, anche se avviene su di un profilo accessibile solo a un gruppo ristretto di contatti.
Secondo il Garante della Privacy, infatti, il carattere “chiuso” di un profilo e la sua accessibilità esclusivamente a un esiguo numero di “amici” sono circostanze non dimostrabili da parte dell’utente, il quale ha in ogni momento la facoltà di modificare facilmente il proprio profilo da “chiuso” ad “aperto”. Senza considerare che, come ritenuto dall’Autorità, sussiste la possibilità che un “amico” condivida le immagini postate sulla propria pagina personale, rendendole così visibili ad altri utenti, e rendendo in tal modo astrattamente conoscibili a tutti gli iscritti a Facebook i contenuti condivisi, ancorché potenzialmente lesivi della privacy.
Le conseguenze dell’uso improprio dei social media in sanità possono riverberarsi anche sul rapporto di fiducia tra il paziente e il sistema sanitario nel suo complesso. La violazione dei confini professionali da parte del sanitario “selfista”, infatti, pregiudica inevitabilmente non solo l’immagine del singolo, ma anche quella dell’Ordine cui questi appartiene e del sistema sanitario tutto. Sul punto si è espresso lo scorso anno il Ministero della Salute, invitando tutti gli Organismi Nazionali di rappresentanza istituzionale dei professionisti sanitari a vigilare e ad attivarsi affinché non dilaghi tra i propri iscritti il fenomeno del selfie sul luogo di lavoro, richiamando al rispetto dell’etica e della deontologia professionale. In particolare, stigmatizzando l’utilizzo incontrollato dei social network presso le corsie di ospedali o le sale operatorie, il Ministero ha chiarito che la spettacolarizzazione delle attività sanitarie, oltre ad essere idonea a ledere la privacy dei pazienti, compromette tanto l’immagine degli stessi professionisti sanitari, quanto il rapporto di fiducia fra paziente e sistema sanitario nel suo complesso.
Di fatto, dunque, lo scorretto utilizzo dei social network da parte degli operatori sanitari non lede solo la professionalità degli stessi (oltre che, eventualmente, il diritto alla privacy dei pazienti), ma inficia e deturpa l’immagine e la reputazione della struttura in cui questi lavorano.

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