Meglio un o un no? Un ma o un perché?

Dipende da come vanno a braccetto.
Sì, ma…” e “Perché no?” sono gli antipodi di una stessa lente sul mondo: da una parte il limite, dall’altra l’espansione. In qualsiasi ambiente, soprattutto dove è necessaria una continua evoluzione, gli unici paletti da mettere sono quelli del rispetto e della (auto)tutela, il resto è un ostacolo al progredire. Ogni “sì, ma…” pone barriere al rinnovamento e all’avanguardia, perché ciò che è davvero innovativo è sempre impensato (fino a un certo momento). E allora vale la pena di dire “perché no?”: può essere difficile, per alcuni una pazzia, ma provarci è sempre meglio di lasciarsi alle spalle un’occasione perduta.

Un esempio pratico? La Kodak, fino agli anni Novanta, aveva la leadership indiscussa nel mercato della fotografia. Il passo falso l’ha fatto proprio con un “sì, ma…”: era il 1975 quando Steve Sasson progettò il primo prototipo di macchina fotografica digitale per l’azienda statunitense, i cui vertici lo accantonarono con un “Sì, ma… i tempi non sono ancora maturi”.

L’espansione della fotografia digitale portò la Eastman Kodak Company a chiudere le vendite di macchine fotografiche analogiche in Europa e in America nel 2004. L’impresa non fu in grado di riempire il buco legato alla sfera digitale e arrivò alla dichiarazione di bancarotta il 5 gennaio 2013, con un drastico ridimensionamento dell’azienda e dei suoi prodotti e con la svendita di moltissimi brevetti ad altre società. Per rimanere nell’ambito, Apple si prese la riscossa contro l’eterna rivale Microsoft quando osò con la tecnologia mobile: prima gli iPod e poi gli iPhone e gli iPad hanno tracciato un solco che le aziende rivali possono solo seguire.

Tutto è partito da un’idea per molti folle, a cui qualcuno ha dato però una possibilità: “perché no?”.

Chiara Daffini
Editor InEquipe

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