Buone sì, ma digitali(zzate). Le più conosciute organizzazioni non profit italiane sono presenti sui social, hanno un sito internet, una pagina Facebook e un account Twitter. E, non a caso, sono le trenta onp a cui gli italiani preferiscono devolvere il cinque per mille. Ma essere online non basta, bisogna sapere come farlo. Usare, per esempio, i canali giusti in base al pubblico che si vuole raggiungere. Eccetto casi illuminati, tuttavia, la gran parte delle associazioni del terzo settore è ancora poco presente sul web e soprattutto poco consapevole delle occasioni che esso offre. Più vivace il mondo delle start up innovative a vocazione sociale, che nascono già con una forte impronta digitale. Questa diversa attitudine è frutto non solo della visione sottostante, ma di una generazione – quella dei Millenials – nata e/o cresciuta nella maturità del mondo internettiano. Come nell’economia, la logica della condivisione sta segnando il futuro anche nel sociale, che sarà sempre più inclusivo e partecipato, sempre più né dal basso né dall’alto, ma alla pari.

Con le piattaforme si genera valore, fiducia, comunità. E’ una rivoluzione che ha sposato il principio di condivisione per efficientare modelli organizzativi e ridefinire l’esperienza dei portatori di interesse. La prima conseguenza si manifesta nel mercato delle start up, dove si assiste alla crescita di tecnologie focalizzate sull’interazione, le cosiddette “app conversazionali”. Se fino a dieci anni fa il web era visto solo come strumento per far risparmiare risorse, oggi è divenuto una leva strategica per fare incrociare, attraverso il dialogo, domanda e offerta, non solo di beni materiali, ma anche di conoscenza e di servizi. E’ su quest’ultimo do ut des che si fonda Inequipe, piattaforma dove lo scambio è naturale e automaticamente proficuo per tutti gli attori in gioco: dai medici alle aziende sanitarie, passando, anche se in maniera indiretta, per i pazienti. Tanto nel profit quanto nel no profit diventa fondamentale il fattore esperienza: in uno studio di PwC (2007 Digital Iq), illustrato sul Sole 24 ore (coinvolti 2216 dirigenti di aziende con un fatturato annuo di più di 500 milioni di dollari), emergono sia la radicalità della trasformazione prodotta dal digitale sia la difficoltà a tenere il passo con le accelerazioni dell’innovazione. Come fare, dunque? La risposta, secondo lo studio, è concentrarsi sull’esperienza umana: coloro che dichiarano una maggior crescita di ricavi e margini di profitto sono quelli che hanno una maggiore comprensione dell’esperienza umana attorno al digitale.

Comunità al centro, quindi. Lo ha capito bene Mark Zuckerberg che, solo una settimana dopo aver raggiunto i due miliardi di utenti, ha ridefinito la missione di Facebook, affermando che non basta più connettere le persone, ma occorre costruire comunità significative. Non si parla più dunque solo di quantità e velocità del collegamento, ma anche e soprattutto di qualità dello stesso. Di un motivo per cui valga la pena occupare spazio di memoria nello smartphone per un’applicazione in più.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.