“Bello, quando sul mare si scontrano i venti e la cupa vastità delle acque si turba, guardare da terra il naufragio lontano: non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina, ma la distanza da una simile sorte”. Così scriveva Lucrezio nel secondo libro del “De Rerum Natura”, dipingendo a parole un quadro diventato metafora esistenziale e tradotto in versione massmediatica diversi secoli più tardi – nel XX, per la precisione – dal filosofo Hans Blumenberg. Ma quello schermo (del televisore, del pc, dello smartphone…) è ancora la barriera che delimita il confine concreto tra rischio e sicurezza? Lo è, forse, quando durante la cena osserviamo immagini di tsunami e stragi terroristiche al tg, ma potrebbe non esserlo quando mettiamo e ricerchiamo informazioni in rete. Il cyber crime e la violazione del diritto alla riservatezza perpetrato da e a danno degli utenti online ha portato il legislatore a riscrivere il Regolamento europeo sulla protezione dei dati (DGPR). La nuova versione, che entrerà in vigore il 25 maggio del 2018 ed è già stata appresa in Italia con specifiche leggi nazionali, prevede un rafforzamento dei vincoli a carico di chi trasmette, tratta e distribuisce dati personali (e non solo). La conseguenza sarà una maggiore sicurezza in tema di privacy, ma anche un rischio maggiore per chi ha a che fare, soprattutto in ambito professionale, con dati da trasmettere, trattare e analizzare sul web. C’è chi ha avanzato l’ipotesi di un arretramento della ricerca scientifica, limitata dalla maggiore rigidità nell’uso e consumo dei dati personali relativi ai casi clinici, c’è chi invece ha parlato di un problema di “spazio”. Qual è quello giusto – ammesso che esista già – in cui condividere informazioni così delicate?

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