Ho sempre avvertito il bisogno di ragionare sulla compatibilità tra l’utilizzo dei social network e il mio lavoro. Credo che i social abbiano un incredibile potenziale ancora inespresso, ma possano essere, soprattutto per noi medici, un’arma a doppio taglio. Nel nostro settore si devono distinguere due diversi ambiti: i social network come strumento di scambio di informazioni tra colleghi e i social network nel rapporto medico-paziente. Si tratta di dinamiche ben separate, che, a mio avviso, vanno in direzioni opposte. Sono assolutamente favorevole – e già in parte lo faccio mediante gruppi whatsapp – all’utilizzo dei social per lo scambio di informazioni tra colleghi. In questo modo si possono discutere casi clinici di non univoca interpretazione e i social diventano dunque canali per arrivare a una diagnosi corretta, anche mediante la condivisione di foto di esami strumentali particolari. La comunicazione è fondamentale in tutte le professioni, a maggior ragione nella nostra, in cui spesso sono coinvolte vite umane. Il problema che insorge, da questo punto di vista, è però quello della privacy: finora sono mancate piattaforme sicure e dedicate esclusivamente al mondo medico. Sempre restando sui social network “infra-categoria”, credo che un corretto utilizzo di uno di questi nuovi sistemi di comunicazione all’interno di un’azienda sanitaria potrebbe semplificare e velocizzare il lavoro di tutti i giorni, rendendo più fluida e accessibile l’interazione multidisciplinare, nell’ottica di una valutazione del paziente a 360gradi.
In merito invece all’utilizzo dei social network per la comunicazione tra medico e paziente, sono molto più scettico. Noto che sempre più spesso i pazienti tendono a inviare referti di esami strumentali o di laboratorio su whatsapp e, meno frequentemente, su facebook. In alcuni casi c’è inoltre un contatto diretto tramite smartphone per consigli e valutazioni. Tuttavia, sebbene ritenga fondamentale instaurare un rapporto umano e di dialogo con i pazienti, penso che la via più consona per farlo resti quella del vis-à-vis, sia nell’ottica di una maggiore serietà nella diagnosi e nella terapia sia per una corretta separazione tra vita professionale e vita privata.

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