Il modello bio-psico-sociale della disabilità. Sembra quasi una parolaccia – o un tono gentile per usarla -, invece è il concetto adottato dall’OMS per descrivere un nuovo modo di intendere la disabilità, che non rappresenta più una condizione clinica a sé stante e isolata dal resto del mondo, ma una “realtà interattiva, interfacciata e modulata dal contesto”.
Diversamente abile rispetto a chi? Impossibilitato a fare che cosa?

Ne deriva che la più grave forma di disabilità è rappresentata dal confinamento, dal non poter fare e non poter essere. La legislazione nazionale e internazionale tutela i diritti dei disabili come fondamentali e al loro servizio si pongono la domotica e la telemedicina. Adattare gli ambienti, pubblici e domestici, per non isolare il paziente, che è prima di tutto una persona. Ma se di tecnologie come ausilio delle azioni quotidiane si è ampiamente parlato, poco è stato detto sulla telemedicina. Osmosi tra vita e cura, dove il medico sembra eclissarsi, divenendo ombra onnipresente.

Sono davvero pronti, i medici, per fare questo passo indietro (o avanti)? Quanto l’appello alla necessità della presenza fisica è un alibi per non uscire dal cono dei riflettori?

Eppure i protagonisti non sono sempre al centro della scena. Eppure la telemedicina non è solo una protesi artificiale e portatile del camice bianco. A volte è il paziente a restare in ombra, a non essere più il fulcro dell’interesse, ma un esempio di interesse da condividere, per uno scambio di conoscenza dove le distanze fisiche ci sono, ma si annullano.
Dove il mondo smette di essere concentrico.

Chiara Daffini
Editor InEquipe

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